venerdì 30 agosto 2013

ZUSHi® Japanese Resturants



La cucina orientale, specie quella giapponese, è una delle mie cucine estere preferite. Per quanto in generale ne apprezzi tutti i tipi, vado davvero in visibilio di fronte ad un piatto di sushi, perciò ho deciso di provare lo ZUSHi®.
Questa catena di ristoranti ha diversi locali sparsi in giro per l’Europa ed in Italia, qualche giorno fa ho avuto l’occasione di provare quello di Bologna: dalla vetrina mi aspettavo un localino piccolo e dominato dal colore verde Wasabi e dal nero, entrando invece , superato il bancone dello chef e la cassa, si viene introdotti in una serie di pianerottoli soppalcati a vari livelli di un bianco abbacinante e plexiglas e tovagliette e mini tavolini e mini puff su cui sedersi ed erba finta nel piano del privé. Decisamente diverso dai classici locali orientali economici che cercano di riprodurre l’atmosfera tradizionale, qui sembra di essere dentro uno di quei negozi super high-tech di informatica di una certa mela morsa. Vabbé che il pesce deve essere fresco, ma l’ambiente così risulta un po’ freddino, in tutto questo “lusso” le bacchette di legno usa e getta mettono tristezza. 
Per i neofiti sappiate che il posto migliore del ristorante non è il privé con la vera finta erba da golf, bensì i tavolini attaccati al bancone degli chef, che ti consentono di ammirare i maestri del sushi all'opera.
Al tavolo era già disponibile la salsa di soia Kikoman classica, quella col tappo rosso per intenderci, meno raffinata di quella col tappo verde, ma è bastato richiederla al cameriere perché ce la fornisse.
Il servizio, per quanto il ristorante fosse abbastanza pieno, è stato veramente buono:  ogni cameriere, nella sua divisa total black, si occupava di un diverso settore del ristorante, il nostro era un po’ frenetico, ma il suo nervosismo metteva simpatia, visto che comunque non andava ad inficiare la sua premura nel servirci.
Ora veniamo al pezzo forte: il cibo.
Ho avuto modo di provare diversi piatti, inizialmente ho preso degli Edamame (fagioli di soia cotti in salamoia), sono tra i prodotti più difficili da trovare freschi e se vengono cotti troppo o comunque non vengono serviti immediatamente dopo la cottura diventano secchi e fibrosi. Questi invece erano perfetti, veramente un ottimo stuzzichino per prepararvi al pasto insieme alla mia adoratissima birra Sapporo.
Subito dopo ho assaggiato i Yakisoba (spaghetti di grano saraceno con zucchine, gamberi e polpa di granchio), un buon abbinamento di sapori, agrodolci, anche se la componente dolce dominava, gli spaghetti erano cotti come da tradizione orientale (quello che per noi significherebbe essere scotti, ma non erano assolutamente appiccicosi), le zucchine tagliate a juliennne erano ancora lievemente croccanti, i gamberi saltati appena un paio di minuti, di polpa di granchio invece ne ho vista poca, ma nel complesso l’insieme era gustoso.
Successivamente è arrivata la barca che avevo ordinato, era la dimensione più piccola, conteneva 30 pezzi, tre qualità diverse di Sashimi e diversi tipi di sushi: ho apprezzato particolarmente il Nigiri di gambero crudo, non facilissimo da trovare nei ristoranti più a buon mercato, mentre quello di vongola artica mi ha un po’ deluso:  l’ho trovato fin troppo delicato. Il Temaki di salmone ed avocado aveva la simpatica aggiunta di Philadelphia, decisamente una buona idea, risolve il problema principale di questo particolare formato di sushi: quando arrivi verso la punta del cono gli altri ingredienti scarseggiano ed il rapporto riso/Nori tende troppo in favore di quest’ultima, non facilissima da mangiare a causa della sua elasticità, ma la cremosità del formaggio risolve il problema.
Nel frattempo ho gustato anche un Nigiri “flambé” di branzino tartufato con guacamole, abbinamento abbastanza curioso ma molto ben riuscito, anche se forse il forte aroma del tartufo copriva troppo il gusto delicato di questo pesce, ora sto solo ipotizzando, perché ovviamente bisognerebbe assaggiarlo, tuttavia avrei preferito che abbinassero il tartufo ad un alimento con un gusto più deciso.
Ho provato anche i tanto famosi bigné di sushi per cui questo locale è abbastanza rinomato: sono in pratica delle specie di Maki con il pesce avvolto attorno ad un poco di riso e posizionato a tartare anche sopra. Ci sono opinioni contrastanti rispetto a questa preparazione, molti infatti pensano che non bisognerebbe metterci il riso all'interno ma utilizzare solamente il pesce e le verdure, condivido abbastanza questa posizione, anche perché vengono a costare di più di un normale pezzo di sushi con un quantitativo di pesce uguale o inferiore.
Per quanto comunque la qualità del sushi sia stata più che soddisfacente il piatto che mi ha veramente conquistato è stato il dessert: il Nutella Maki, veramente adorabile. In pratica è un rotolino di riso con cocco ripieno di Nutella ed avvolto in una crêpes sottile ma morbidissima, tagliato in sei pezzi, con un piccolo intingolo di Nutella nell'angolo del piatto, me ne sono innamorata, anche se la Nutella non mi fa proprio impazzire, ma insieme alla tenerezza del riso dolce e delicato stava veramente benissimo! Unico appunto avrei preferito gustarlo a temperatura ambiente mentre quello che mi è stato servito era decisamente troppo freddo.

Quindi per concludere, se volete provare un ristorante giapponese che risenta di influenze europee ve lo consiglio caldamente, i piatti sono gustosi e di qualità, il servizio caloroso nella sua professionalità ed il prezzo non è eccessivo, basta solo non lasciarsi raggelare dall'ambientazione simile ad una cella frigorifera (anche a causa del condizionatore indubbiamente troppo potente).

lunedì 26 agosto 2013

Antologia della Parmigiana


Capisci che la tua mamma sta diventando “grande” quando cucina i piatti che le nonne non riescono più a fare. Così per la prima volta mia madre si è cimentata nella preparazione di un evergreen della mia famiglia: la parmigiana appunto.
Questo è il tipico piatto che in casa mia non dura più di un giorno o due, per quante melanzane si possano friggere e per quanto possa essere grande la teglia in cui viene preparata.  Personalmente la adoro nel suo essere così tipicamente estiva, mi pare quindi giusto renderle omaggio ora che l’autunno incombe.
Innanzitutto affermiamo l’ovvietà: la Parmigiana, come tante altre pietanze, cambia “ricetta” da una famiglia all’altra, nella mia addirittura esistono differenti  varianti, questo grazie al fritto misto di tradizioni culinarie nate dal connubio Nord-Sud dei miei parenti.
Quella che abbiamo preparato noi è la versione base, mia nonna materna ne cucinava diverse teglie che venivano equamente distribuite e prontamente spalozzate. Gli ingredienti sono il minimo indispensabile: melanzane fritte, passata di pomodoro, mozzarella, uovo sbattuto, parmigiano e basilico. Effettivamente lei la imparò in origine dalla nonna paterna, catanese, la quale ne preparava anche un’altra versione con l’aggiunta di fette di prosciutto cotto ad ogni strato, prima di friggere le melanzane inoltre le immergeva nell'uovo.
Tuttavia in famiglia si narra, quasi con rispetto reverenziale, la ricetta di un’altra “parmigiana” preparata dal mio bisnonno:  egli aveva un cane da tartufi discretamente bravo, dopo aver ben perlustrato i boschi se ne tornava a casa col paniere pieno di tartufi e porcini. Una volta arrivato prendeva una bella teglia e li tagliava tutti a fette, poi predisponeva diversi strati di tartufi e funghi, separati da una generosa dose di burro e parmigiano.

Purtroppo nella mia carriera di mangiona ho avuto l’occasione di assaggiare solo una di queste versioni… per il momento. 

sabato 17 agosto 2013

Dessert upfront



Per inaugurare il blog ho deciso di allettarvi con dei Brownies al cioccolato e cocco (la ricetta la trovate qui), un classico dolce americano, a mezza via tra una torta e un biscotto. 
Prepararlo è stato strano, l'impasto finale era troppo compatto, sembrava chiedere disperatamente l'aggiunta di un qualche liquido, totalmente mancante nella lista degli ingredienti (anche se nel sito da cui l'ho preso non è specificato, vi consiglio caldamente di usare una teglia abbastanza piccola: non è un dolce che cresce più di tanto e livellarlo risulta quanto mai complicato). 
Dopo dieci minuti nel forno il cioccolato ed il cocco si sono lanciati all'attacco del mio apparato olfattivo, il messaggio è stato ricevuto forte e chiaro, con conseguente aumento della salivazione.
Assaggiato quando era ancora bello tiepido la prima cosa che ho notato è stata la consistenza: morbidamente sbriciolosa, il cocco e le nocciole lo rendevano compatto e fragrante, di gusto e di odore era deliziosamente dolce e cioccolatoso.
Mangiato freddo invece mi ha dato tutta un’altra impressione!  Il sapore è ancora buono, ma la consistenza proprio non mi convince: asciugandosi gli zuccheri si sono compattati ancora di più, ogni traccia di umidità è stata assorbita, quando inizi a masticarne un boccone sembra di mangiare un Bounty stantio.
Qui a Bologna abbiamo un termine decisamente adatto per descrivere questi Brownies: “impaluganti”, indica un cibo che ti assorbe totalmente la saliva e ti appiccica la bocca, vi consiglio quindi di gustarli con un bel bicchierone di latte, per non cementificarvi i denti.